Scelgo ergo sum

La-scelta-110x90-olio-su-tela-genn-2010Ci troviamo spesso, nel corso della vita, di fronte a grandi bivi, a scelte importanti che daranno alla nostra esistenza una direzione precisa. Sono questi i momenti in cui, ad esempio, scegliamo l’università, il lavoro, il partner , dove vivere… Queste “grandi scelte” si impongono alla nostra attenzione più di altre, perché comportano un grande cambiamento rispetto alla nostra quotidianità, al nostro equilibrio, al nostro locus of control.

In realtà TUTTO il nostro tempo è scandito da scelte, la nostra giornata è frutto di tante piccole scelte e come essa la nostra settimana e così via; che siano consce o inconsce, la nostra giornata è il risultato di scelte che abbiamo fatto e che faremo. Perché non ce ne accorgiamo?

Perché molte di queste scelte si sono trasformate in automatismi,abitudini , in meccanismi d’azione consolidati che non richiedono la nostra attenzione o focalizzazione. Vi è mai capitato di trovarvi in una situazione e di domandarvi: come sono arrivato qui? Ebbene, è questo il risultato di scelte prive di consapevolezza, di attenzione ed intenzione.

Scegliere è espressione della nostra libertà, è ciò che ci consente di dare direzione e senso alla nostra vita: eppure  a volte genera sentimenti contrastanti fino a fare paura,o suscitare inquietudine. Che sia un cardine delle facoltà umane ne è prova il fatto che il tema della scelta ha catturato l’attenzione  e l’interesse di tutte le arti e le scienze, a partire dall’epica ( pensate alla scelta di Paride o di Medea),dalla filosofia ( Kierkegaard e Sartre per citare degli esempi), all’etica, alla pittura, alla letteratura  fino ad arrivare alle neuroscienze e alla moderna neuroeconomia che ad esso dedica uno spazio speciale.Scegliere implica anche la possibilità della non scelta, della rinuncia alla scelta, ma questa stessa diviene a sua volta una scelta, con tutte le conseguenze che genera. Ne sapeva qualcosa Ponzio Pilato che rimanda al popolo una scelta, sperando di sottrarre la sua coscienza alla responsabilità della decisione. Dante dedica un canto del suo Inferno ( collocandolo nell’antinferno) a chi non si assume la responsabilità della scelta, commettendo così l’ imperdonabile errore, che diviene colpa, di rinunciare ad un attributo umano e ad un diritto che attiene non solo alla sua vita , ma anche a quella sociale.

Ma cosa significa letteralmente scegliere? Scegliere deriva dal latino ex legere o meglio ex eligere ovvero separare, discernere, dividere ciò che è buono da ciò che non lo è e prendere la parte migliore. Questo  “processo” richiama immediatamente a due qualità o capacità dell’essere umano: l’attenzione ( o focalizzazione) e la volontà. Se ci pensiamo bene, scegliere è portare l’attenzione su qualcosa, è focalizzarsi su questa ( sia essa un oggetto o una possibilità) escludendo tutto il resto. È pertanto un atto volontario ed intenzionale e in quanto tale esprime una libertà, genera libertà e nasce dalla libertà.Scegliere vuol dire agire ciò che siamo intimamente e profondamente, vuol dire riconoscere i propri bisogni ed agire i propri talenti nel perseguimento dei nostri obiettivi .

Ma perché sia tutto questo, il momento della scelta necessita  della consapevolezza, della presenza  e della attenzione. Pensiamo a quante cose facciamo o quante ne scorrono davanti a noi senza che ce ne accorgiamo, senza che siano il frutto di un’intenzione consapevolmente deliberata. Le azioni prive di consapevolezza divengono abitudini. Se è vero che molta della nostra vita è regolata da abitudini, è anche vero, però, che un’abitudine è nata da un atto iniziale intenzionale, quindi da una scelta. Quante volte, inoltre, nella totale inconsapevolezza, diamo il nostro tempo e la nostra attenzione  a qualcosa che è ben lontano dalla nostra intenzionalità, non era nei nostri progetti  e magari neppure ci appartiene, ma che invece abbracciamo per distrazione, per imitazione, per motivazioni indotte o reagendo emotivamente a qualcosa posto da altri. E così la nostra giornata e il nostro tempo si riempono “di cose ” che inconsapevolmente abbiamo portato nella nostra vita, ma che non parlano di noi. E così proviamo la sensazione di essere estranei alla nostra stessa vita, e questo senso di estraneità costruisce la nostra insicurezza. E, stretti in un circolo vizioso, l’insicurezza si ripercuote sulla nostra capacità di scelta, facendo di noi dei timorosi che rinunciano a vivere la propria libertà, demandando ad altri o ad altro la conduzione della propria vita.

Ma cosa intendiamo per essere consapevoli?  Parlare della consapevolezza richiederebbe ora tempo e spazio; cercando di semplificare e sintetizzare, per consapevolezza intendo essere pienamente presenti al momento che si vive, è  la capacità di focalizzarsi sulla nostra realtà tanto interna quanto esterna  , riconoscendo pensieri, emozioni e sensazioni nel momento stesso in cui si presentano. Il processo della scelta avviene nella realtà concreta, la scelta diviene tale nel momento in cui viene agita nella realtà: la realtà ci pone davanti due (o più) possibilità. Queste possibilità vanno “misurate” su di noi, coniugate con il nostro bisogno e con lo scopo che vogliamo raggiungere, con il nostro desiderio di cambiamento e con il nostro modo di essere e la realtà esterna . Il che vuol dire che non esiste una scelta buona e giusta in assoluto, ma esiste una scelta buona e giusta per me. Nella scelta, infatti agisco ciò che io sono, i miei valori, i miei talenti, le mie conoscenze e competenze, i miei desideri, la mia forza, i miei limiti, le mie passioni come le mie memorie, la mia storia e persino i miei dolori e i condizionamenti. Il processo della scelta può essere rallentato o bloccato dall’attivarsi dei miei antichi copioni o delle resistenze apprese; è la conoscenza degli stessi che può aiutarmi a capire se, nel momento presente, essi ancora hanno una funzione “protrettrice” o piuttosto invalidante . Per questo è necessaria la consapevolezza, sapere chi e dove sono e dove voglio andare.

Una certa cultura ci dice che le scelte vanno prese razionalmente. Pensate a quanti di noi hanno insegnato che prima di prendere una decisione va stilata una lista di pro e contro. Una modalità, questa, che molto assomiglia a quella che ci porta a scegliere un oggetto, a fare un acquisto. Una modalità troppo sbilanciata sull’aspetto cognitivo e che pertanto trascura la complessità dell’essere umano, del nostro essere. Ricordo che quando ho terminato il liceo, mi sono confrontata con i miei coetanei circa la scelta universitaria. Alcuni di loro avevano espresso la loro scelta in termini di opportunità di lavoro e ancor più di guadagno, e non di passione, di desiderio, di interesse personale o di talento.  Sono così coloro che escludono dalla scelta il cuore. Sono invece convinta che una scelta, per essere una buona scelta, debba nascere da un ascolto profondo di se stessi, dal pieno contatto con i propri pensieri, le proprie emozioni e sentimenti e sensazioni fisiche; deve includere ed allineare tutti gli aspetti del nostro essere, persino quello relazionale, perché la vita di ognuno di noi si snoda in un contesto fatto di relazioni. Deve esprimere COERENZA, BENESSERE, PIENEZZA.

Ma allora perché scegliere è molto spesso così difficile?Innanzitutto perché non sempre attingiamo a questa consapevolezza. Spesso la nostra capacità di autoascolto è contaminata dalla paura. Paura di sbagliare. Paghiamo il prezzo di scelte passate che non si sono rivelate benefiche e questo va ad incidere sulla nostra autostima. La paura di fallire ci blocca. E il blocco va ad indebolire la fiducia in noi stessi: è, infatti, come se ci dicessimo   “io non sono capace di capire o di sapere ciò che è buono per me”.

La difficoltà a prendere una decisione, a scegliere, ha anche a che fare con la difficoltà di lasciare andare. Dicono i latini “Omnis determinatio est negatio” ovvero una scelta implica la capacità di lasciar andare ciò che non si è scelto. Ma questo non scelto è pure esso stesso parte di noi, qualcosa che  un po’ ci piaceva o ci soddisfaceva, ma non abbastanza da essere scelto; difficile separarsene. La difficoltà a scegliere è anche collegata al nostro modo di fronteggiare un rischio e un cambiamento, alla nostra capacità di sostenere  e rielaborare un errore, il tutto legato alla fiducia in noi stessi. La paura che la scelta possa addirittura portarci in una situazione peggiore di quella che vogliamo modificare e di cui ci vogliamo liberare, ci paralizza in uno stato di protratta indecisione. Ma l’indecisione è mortale per la nostra energia, è un messaggio negativo che inviamo a noi stessi circa la capacità di provvedere a noi stessi e al nostro benessere.

C’è anche da dire che la troppa offerta ( cui oggi assistiamo e non solo in ambito materiale), le troppe opzioni od opportunità di scelta, se da una parte ci aprono un mondo di possibilità, dall’altra complicano la nostra capacità decisionale fino a bloccarla. Il cervello non riesce a valutare  più offerte , ovvero il confronto è sempre tra due e la scelta avviene sempre relativamente a due termini di confronto. La grande confusione di offerte , invece che farci sentire più liberi, produce ansia,  nonché stordimento e in questo stato è molto difficile entrare in contatto profondo con se stessi, ascoltarsi. E così, nello stordimento della stimolazione, ci si lascia guidare da altro,da emozioni indotte, dall’adeguamento a standard sociali o fissati dalla mera statistica.

La consapevolezza, la focalizzazione, l’ascolto profondo e la padronanza di sé attengono alla sfera personale. Ma noi siamo animali sociali, inseriti in un contesto di relazioni caratterizzate da un diverso grado di intimità. Esiste pertanto anche una dimensione sociale della scelta. La Salecl, psicanalista e criminologa slovena sostiene nel suo libro “La tirannia della scelta” che “per quanto la scelta possa sembrare una questione individuale, il modo in cui scegliamo è legato alle relazioni che formiamo con gli altri e a come pensiamo ci vedano”. Scegliamo seguendo il socialmente accettabile. Vale per la ruga, l’abito, persino per le idee controcorrente. C’è sempre una corrente a cui ci si adegua. Pertanto anche il contesto storico e sociale in cui viviamo ha un peso sulla nostra facoltà decisionale.

In conclusione: una certa educazione ci ha insegnato a credere che siamo liberi se possiamo fare quello che ci pare. E in effetti solo ciò che è scelto è espressione di libertà. Ma poi ci accorgiamo che in fondo non è davvero così: molte volte le nostre scelte sono agìte dalle nostre paure, dalle abitudini, dall’imitazione, persino dai traumi che ci hanno segnato. Pensiamo poi a quanto della nostra vita è ‘non scelto’, a cominciare dalla famiglia, dal luogo e dal tempo in cui siamo nati e che condizionano fortemente la nostra storia. Ciononostante questo non vuol dire che non possiamo essere liberi. no. Credo,piuttosto, che sia questa idea di libertà a dover essere ripensata: libertà non come decisione individuale nel e dell’istante, ma piuttosto come cammino nel tempo e in compagnia degli altri.

La libertà ha a che fare non solo con la scelta ma anche e soprattutto con la responsabilità e la promessa che costruiscono legame nel tempo: ogni nostra scelta va sempre rinnovata, perché nel tempo non siamo più gli stessi che eravamo al momento della scelta che ci ha vincolato.E gli altri, in questo, sono fondamentali perché sono in qualche modo i custodi delle nostre promesse, ci aiutano a mantenerle, ci sostengono nei momenti di crisi riportandoci alla nostra coerenza.

Il principio dilagante, di questo nostro secolo, del self made man è spesso frutto di grande esasperazione, ma soprattutto  è disastroso per le relazioni: perché insinua che è vergognoso “dipendere” da qualcun altro: l’ideale proclamato è non dipendere da nessuno o meglio non aver bisogno di nessuno. Questo è triste. Riconoscere, invece, che siamo dei nodi di interdipendenze,  che ogni persona che abbiamo incontrato, ogni relazione, ha lasciato in noi una traccia e un segno e che  siamo anche l’insieme di queste tracce, è qualcosa che alimenta in noi un senso di gratitudine. E la gratitudine è una fonte di energia, nutre il legame sociale e la responsabilità. Invece l’ossessione dell’autonomia taglia il legame sociale, lo logora. Ci fa cadere in un narcisismo in cui continuiamo a guardare la nostra immagine riflessa, ora non più nell’acqua, ma nelle vetrine dei social network ,  edificando pian piano la nostra solitudine.

Con lo psicoterapeuta dott. Stefano Cristofori, (uno dei padri della biosistemica in Italia  e Presidente dell’ Associazione Amnis) abbiamo pensato di approfondire il tema della scelta in un percorso di crescita personale che si snoda in più fasi che ripercorrono, in maniera approfondita, gli aspetti relativi al processo della scelta e il tragitto “dall’io al noi”  che ho accennato in questo articolo.

Chi ne volesse sapere di più o fosse interessato al percorso, può contattare la sottoscritta al seguente indirizzo rr.cipriani@libero.it o visitare la pagina facebook  “La scelta :creatori del proprio destino”

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Informazioni su Rosarita Cipriani

Professional gestalt counselor, svolge attività privata presso il suo studio; separata, madre di tre figlie , si occupa particolarmente di aiutare ed accompagnare le donne nel loro processo di rinascita ed evoluzione post separazione.È presidente della cooperativa sociale di inserimento lavorativo " Incontro di Mani",curando progetti di Intelligenza Emotiva nel lavoro di gruppo; Responsabile, per le Marche,dei progetti formativi dell'Associazione Amnis,rivolti alle aziende e alle grandi/piccole comunità. Conduce gruppi di consapevolezza e padronanza emotiva e di pratica del metodo WELL e gruppi di kindness ' counseling per la crescita sociale. Collabora con uno studio di MG ( medicina generale). Ancona, via Brecce bianche 55/a Tel. 3920010081
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