Porta alla luce i tuoi tesori agendoli, per dare senso al tempo della vita.

talenti

Oh me, oh vita!
Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’ infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita!

Risposta:

Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continua,
e che tu puoi contribuire con un verso.”

                         (Walt Whitman, Lungo la strada)

Molto spesso, nella mia attività di counselor, incontro persone pervase da una inquietudine esistenziale, fatta di domande cui le loro vite, non sempre, sanno dare una  risposta appagante e durevole : “Qual è il senso della vita?  Qual è lo scopo della mia esistenza?”     “A che serve tutto ciò che faccio se tutto può finire da un momento all’altro, se io stesso posso morire?”   “Chi sono e che senso ha tutto ciò che mi accade?” .

Assomiglia, questa inquietudine, a quella che accompagna molti passaggi salienti della nostra vita, quello ad esempio dall’adolescenza all’età adulta, dalla giovinezza all’età matura e alla senescenza; o i grandi cambiamenti, come pure le grandi tragedie o i lutti. Domande che di certo non sono nuove a nessuno di noi, ma che sono, anzi,  il motore della nostra ricerca interiore e spirituale. Domande la cui risposta non può che essere aperta, viva e piena di intuizioni sempre più profonde. Sono le stesse domande  che si affacciano alla nostra vita anche in quei particolari momenti in cui le difficoltà ci sembrano al di sopra delle nostre forze, momenti di frustrazione, di insoddisfazione o di impotenza. Domande che ci assalgono quando abbiamo perso il contatto con quel fuoco interiore , quella spinta innata  difficile da definire, ma che è la forza della vita stessa.

Domande che nascono da  una voce che sale prepotentemente, come se dentro di noi qualcosa si ribellasse, come se qualcosa  volesse urlare per venire fuori, per risvegliarci ed avvisarci che  stiamo guardando dalla parte sbagliata, che ciò che stiamo facendo non appartiene al nostro essere più profondo, non somiglia affatto a ciò che siamo..

Non sempre troviamo conforto in una risposta, perché forse è sbagliato cercare una risposta che definisca noi e la vita. Quella che ci sfugge a volte è la consapevolezza che noi “siamo possibilità infinite” e che possiamo affidarci al fluire della vita in noi assumendocene la responsabilità  fino a succhiarne l’intera essenza.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza,succhiando tutto il midollo della vita, […] per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. (Thoureau)

In taluni casi la paura di morire ci fa smarrire,  la paura di sbagliare o di soffrire è cosi forte e sequestrante da  portarci a non vivere più, a paralizzarci consumati da un’ansia inconsolabile: non vivere per la paura di morire o vivere nella costante paura di morire. E si può davvero morire in tanti modi e tante volte, lasciandoci inghiottire dall’onda della collera e di emozioni tossiche piuttosto che cavalcarle; rinunciando ad agire ciò che siamo, stretti nella morsa delle definizioni, imprigionati nei condizionamenti, paralizzati dalla dipendenza o dal timore del giudizio altrui; svendendo la vita in inutili fantasie, nella pigrizia o nel sonno della compiacenza e della rassegnazione; rinunciando a scegliere; rinunciando ad amare, a condividere con gli altri;  chiudendoci nel rumoroso silenzio di un dialogo interiore che non esce mai dalla stanza dei pensieri e dei desideri per concretizzarsi in azioni ricche di passione e significato. Persino l’amore non ha alcun senso, nessun valore, non esiste se non diventa AGIRE, se non si incarna in scelte,opere,atti.

Ricordo che  ai tempi del catechismo e delle prime letture del Vangelo, rimasi molto colpita dalla parabola dei tre talenti. Nella mia ingenuità di bambina, non riuscivo a spiegarmi perché il servo che aveva sotterrato  e risparmiato la moneta che gli era stata data, che non l’aveva esposta al rischio di perderla o sperperarla, dovesse venire sgridato: in fondo aveva restituito ciò che gli era stato dato. Certo, gli altri erano stati più bravi , erano riusciti a moltiplicare le monete a loro affidate, ma lui in fondo, che aveva fatto di male o di così dannoso per il suo padrone? Allora, però, non avevo colto la potenza metaforica di questo racconto e le tante risposte  in esso contenute. “I propri talenti si scoprono mettendosi in gioco. Spendendoli in azioni.” E questo anche uscendo dalla lettura cristiana. Ma soprattutto non avevo  posto buona attenzione  ad un gesto ben preciso raccontato nella parabola e che oggi assume per me, invece, un significato rilevante. Nella parabola, l’uomo affida ai suoi servi   le sue monete così come implicitamente la vita al momento della nascita ci regala un bagaglio di potenzialità  che spetta a noi attuare, e che fanno di ognuno di noi un essere unico.  Il padrone non assegna un obiettivo ai suoi servi, ma  dà loro fiducia e con essa la libertà e la responsabilità dell’uso di ciò che affida loro. I due “bravi servi “accolgono quelle “responsabilità”, ne colgono il valore come un dono di speranza che valorizza la loro identità e personalità. E  rispondono a questo con cura amore e fedeltà, utilizzando con coraggio e valorizzando ciò che hanno ricevuto. Ed è proprio questo che la vita ci chiede: non ci chiede di essere i migliori, di avere successo, ma piuttosto di portare alla luce, agendole, le nostre potenzialità, le nostre peculiari qualità , le nostre capacità, i doni ricevuti e che ci fanno unici. Agire  l’amore,la gratitudine, la generosità, come la tenacia la consapevolezza, la creatività… . Crearea un’armonia, una coerenza, tra ciò che pensiamo, ciò che diciamo e ciò che facciamo. Ma questa coerenza può nascere solo dalla consapevolezza di sé, dalla profonda conoscenza di se stessi, delle proprie risorse e dei propri valori.

È poi molto significativa la risposta che il servo, cui era stato affidato un solo talento  dà al suo Signore per spiegare il perché del suo operato e della sua scelta :

“Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo”

È quanto succede quando diciamo ” a che vale impegnarsi tanto, agire tutto me stesso, lottare, progettare se tutto può essere spazzato via all’improvviso o se tutto è nelle mani del cieco destino?”La buca scavata nel terreno dal «servo malvagio e pigro» per nascondere il talento, racconta la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell’amore. Ma seppellire “il talento” vuol dire annientarci, rinunciare ad un pezzetto della nostra identità che ci fa unici e liberi; vuol dire rinunciare alla consapevolezza che ci fa autentici,padroni di noi stessi e originali, vuol dire sottrarci alla vita e alla forza creativa dell’amore. Vuol dire non attingere alle nostre risorse interne e alla loro conoscenza su cui poggia quella saggezza che ci preserva tanto dalla confusione quanto dalle delusioni. La vita non ci chiede di conservare la nostra “grazia” in cassaforte, ma vuole che la usiamo, e che la usiamo  non solo a  nostro vantaggio , ma anche degli altri, di quell’ UNITÀ di cui siamo parte. .Nascondere “quel talento” sotto terra vuole dire privare la comunità di una parte comunque unica, insostituibile ed indispensabile, come pure vuol dire   privare noi stessi del calore delle relazioni e dell’accettazione , del sostegno e dell’incoraggiamento degli altri.

Ricordarci chi siamo, cosa ci rende speciali, è importante anche nei momenti di conflitto, per non lasciarsi sovrastare da un’emotività senza misura e che può portarci a snaturarci, cadendo nella facile tentazione  di reazioni simmetriche che non ci appartengono e di cui pentirci più tardi.

Se quanto detto riporta ad una dimensione più psico-spirituale, non dobbiamo dimenticare l’importanza e il contributo del corpo che non deve essere mortificato o pensato come un luogo da abbandonare per elevarsi verso lo spirito. Si dice che l’anima informi il corpo. A me piace pensare che sia vero anche il contrario, che sia il corpo ad informare l’anima, ad aiutarla ad adattarsi alla vita quotidiana, ad analizzare, tradurre, fornire quella pagina bianca su cui l’anima può dipingere la nostra vita. Il corpo è molto di più che “il tempio dell’anima”, esso contiene protegge sostiene e infiamma lo spirito e l’anima che in esso alberga. Il corpo è sensazioni e sentimenti che sono il supremo nutrimento psichico. È percezioni, intuizioni,azioni, contatto, opere e per questo è un adoratore della vita. È memoria, una registrazione vivente della vita data, della vita presa, della vita sperata e cicatrizzata.

Il corpo parla molte lingue: racconta, con il suo colore e la sua temperatura, l’ ebbrezza del sentirsi riconosciuti e lo splendore dell’amore, le ceneri del dolore, il calore dell’ eccitazione, la freddezza nella mancanza di riconoscimento.. Parla attraverso la sua lieve danza, attraverso il battito accelerato del cuore, con la sua prostrazione e la ripresa della speranza.

E’ grazie al corpo e attraverso di esso che si compiono le volontà dello spirito e le qualità del nostro essere. E’ attraverso esso che i pensieri trovano concretezza. È il nostro mentore,ed è per questo che va rispettato, ben nutrito, curato. E amato con gioia, qualsiasi forma e dimensione esso assuma nel corso delle stagioni della vita.

Affido la conclusione di queste rapide riflessioni ad una frase, pronunciata in un ritiro  da Yogi Bhajan,  che mi ha molto colpito nella sua semplicità: contiene una saggezza lineare ed è un caldo invito a magnificare la nostra vita. Seguiamo i suoi consigli.

La tua forza è in te. Se ti fidi che sei umano, devi .anche sapere che tu sei il migliore. Se non sei il migliore, significa solo che non hai tirato fuori il tuo te. Che è semplice e comprensibile. Ma non tormentarti pensando che qualcuno è migliore di te, questo non è possibile. Tu sei il migliore dentro il tuo mondo e dentro le tue ragioni. Solamente, se vuoi sfruttare qualcosa, sfrutta il meglio di te e ti troverai ad essere sano, felice e santo. La vita è molto semplice. Tre cose devi fare. Essere retto, essere semplice, essere sorridente. Tre cose non devi fare. non essere pigro, non essere scadente e non essere in ritardo.

Un caldo abbraccio

 

Informazioni su Rosarita Cipriani

Professional gestalt counselor, svolge attività privata presso il suo studio; separata, madre di tre figlie , si occupa particolarmente di aiutare ed accompagnare le donne nel loro processo di rinascita ed evoluzione post separazione.È presidente della cooperativa sociale di inserimento lavorativo " Incontro di Mani",curando progetti di Intelligenza Emotiva nel lavoro di gruppo; Responsabile, per le Marche,dei progetti formativi dell'Associazione Amnis,rivolti alle aziende e alle grandi/piccole comunità. Conduce gruppi di consapevolezza e padronanza emotiva e di pratica del metodo WELL e gruppi di kindness ' counseling per la crescita sociale. Collabora con uno studio di MG ( medicina generale). Ancona, via Brecce bianche 55/a Tel. 3920010081
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